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“Poemi dal muro” di Ani Bradea, la libertà della “donna sciamano”

Non so se sia stata solamente una scelta editoriale o abbia avuto una motivazione più intrinseca al testo, tant’è bisogna leggere “Poemi dal muro” di Ani Bradea senza avere alcuna notizia dell’autrice o una qualche introduzione del poemetto. Sei immediatamente proiettata dentro i versi, senza paracadute.

Inizi il tuo viaggio dentro un fiume di parole organizzate con rigore e distribuite ordinatamente in 4 parti e precedute da un titolo per ogni segmento, a volte anche presentate con un esergo sapienziale.

Eppure tutto questo ordine formale è cornice ad un poemetto che si fa via via sempre più viscerale. Ti prende e ti avvolge superando la soglia della ragione, arrivando direttamente alla regione più intima della nostra emotività, della percezione di tutta la persona.

Consiglio ai lettori di questo libro, anche a quelli italiani nella ottima traduzione di Stefan Damian, di leggere di seguito, tutto di un fiato, il poemetto, lasciando ogni resistenza logica per immergersi nel gioco sapiente di metafore, allusioni simboliche che raccontano la storia di un amore negato, di un allontanamento, di un dolore.

Nei paesi balcanici vive una leggenda molto macabra che narra di donne murate vive dentro costruzioni ignare dell’orrore che si perpetua nel loro interno.

Così fin da titolo capiamo che quei poemi sono la voce di una donna murata viva, che guarda attraverso le fessure del muro che le permettono di continuare a respirare.

Perciò il campo semantico del guardare è molto forte: occhi, sguardo, pupilla sono termini più volte presenti che descrivono una situazione dell’io poetante di forzata immobilità fisica ma, per contrasto, di grande vivacità intellettuale, visiva appunto e di memoria.

Infatti molti poemi sono il racconto di ricordi soprattutto personali, ma anche di una società di appartenenza lontana nel tempo e nelle abitudini, contrastiva con l’orrore e la violenza del presente.

L’io poetante non è anonimo, in alcune liriche centrali si manifesta con il suo nome, Anna, dichiarando così un’identità tra scrittore e opera, rinunciando al paravento della obiettività…: ”Il muro cresciuto all’estremità della notte / brilla nella luce dei riflettori / migliaia di occhi penetrano vitrei tra le crepe / da quando Anna non ha più lacrime / Anna ha pietre” (X, parte seconda, Libro II, X).

Noi lettori siamo così dei passivi spettatori di quanto l’io poetico-Anna va via via guardando da dentro il muro, ricordando il suo passato, personale e collettivo, il suo amore e insieme il suo paese.

E il lettore verso la fine del libro è chiamato direttamente dentro i versi, si fa allocutore interno: “le gocce colpiscono con rumore / la parete vegetale di questa macondo / che si chiuderà / lettore / subito dopo aver letto le storie del libro”.

Il lettore, dentro i versi, condivide il ruolo di destinatario delle confessioni-memorie dell’io poetico, con un’altra dramatis personae: il boia.

Una locuzione vocazionale al boia chiude ogni poema, tanto che noi lettori del poemetto all’inizio pensiamo a questo personaggio come chi materialmente ha rinchiuso la donna-Anna dentro il muro, ma poi via via che si procede nella lettura capiamo che il boia è l’amato, l’uomo che ha abbandonato Anna per sparire.

Il poema X del Libro terzo, “La separazione”, è esplicitamente dedicato “A te, boia, con amore”, vi è ricordata con crudezza la sindrome di Stoccolma, che lega carceriere a carcerato con un rapporto perverso di amore e odio.

Nel poema IV della quarta e ultima parte, “Storie di Submarginea“, si legge l’identità del boia-amato la cui lontananza ha murato, fisicamente, in un muro di dolore e attesa Anna, l’io poetico:

Da quando avevo cambiato il conosciuto con lo sconosciuto/e l’aspettavo che tornasse vivo dalle trincee/egli è venuto/e mi ha portato in dono/tutte le guerre del mondo…/ Addenda:/in ogni libro c’è tempo per la pace/e quel tempo diventa letto per fare l’amore,/lì adagia le sue ossa il peccato/trasformato in parole./Nel mio libro/boia/sono soltanto materassi di spine! / Ora non dovrebbero più stupirti/le orme che scorrono tra le pagine”.

Chi non dovrebbe più stupirsi? Il boia o il lettore? Certo che quasi alla conclusione di questo splendido e terribile poemetto noi lettori abbiamo più chiaro il mosaico di metafore e immagini visionarie: una donna, ferita nell’amore, murata viva nell’attesa, attende il suo boia, il suo carceriere e ricorda il tempo dei loro incontri, della libertà.

Pe questo altro campo semantico molto ricco è quello costruito intorno alle parole treno, binari, ferrovia, stazione: il tema eterno del viaggio: “….e capisci che tutti i tuoi sogni entrano /nella valigia con cui sei ritornato dal servizio di leva/la cenere dei suoi sogni cura/il campo tagliato dal treno notturno” (VIII, Libro terzo).

Fischia un treno notturno (…) Come se / facendo l’amore con te / tra le estremità del biglietto di andata-ritorno / avessi potuto cambiare la regola. / Come se / l’amore dichiarato con disperazione in banchina / tenesse caldo in tutti gli inverni / al di là delle stazioni”. (III, Libro terzo).

La poesia di Ani Bradea procede con un mix stilistico veramente originale e accuratissimo: il realismo di immagini e racconto, anche duro e crudele, si incrocia con l’immaginazione surrealistica di figure allegoriche che impersonano la storia poetica stessa.

Così collegata al tema del viaggio che si oppone oximoricamente alla staticità della donna prigioniera nel muro, c’è la metafora dell’angelo. Angelo, presente anche con la metonimia delle “ali”, trova la sua completezza con la figura altrettanto pervasiva della strega.

La magia è una delle caratteristiche della “donna sciamano” del “Poema liminare” e insieme a lei il serpente, la figura-simbolo che si ritrova tante volte nei versi. Il serpente, non nell’accezione cristiana di diabolica perdizione, ma come animale lunare, sapienziale, nelle mani della dea “la signora dei serpenti” ritrovata nelle grotte di Creta, dell’antica civiltà minoica mediterranea: “Nascosta nel corpo del serpente / percorro la montagna, tu sei rimasto / di nuovo / dall’altra parte”.

In conclusione di questi “Poemi dal muro” di Ani Bradea le ali dell’angelo saranno il mezzo simbolico attraverso cui la donna murata ritrova la sua libertà, lontana dalla schiavitù dell’amore, lontana dal suo boia: “Aspetto che si apra una porta / nel muro senza fessure / la donna / sempre smarrita tra peccato e innocenza / passerà leggera di là / come un’ala d’angelo (…)”.

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